L’importanza del linguaggio durante il parto

Un linguaggio consapevole rispetta la donna e la nascita. Come comunicare? Scopriamolo!

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Mi sono scoperta un’avida lettrice di linee guida Nice Guideline e proprio per questo, così come ribadito più volte in alcuni post presenti già sul blog, ho notato l’importanza del linguaggio tra professionisti e donna durante l’assistenza.

Quello che consideravo ‘solo’ un mio pensiero in realtà è stato ripreso recentemente in un articolo pubblicato sul BMJ Humanising birth: Does the language we use matter?  qualche giorno fa.

Visto il valore che gli ho associato voglio riportarne il contenuto (o almeno, i punti più salienti) e condividerlo con voi.

Pronte? Si va!

Dalla clinica alle parole

Secondo gli autori, le linee guida inglesi, soprattutto negli ultimi updates che hanno fatto, si sono ‘evoluti’ in tal senso.
Queste infatti erano principalmente focalizzate sull’azione clinica mutando adesso invece l’attenzione sulla comunicazione e il rispetto per l’autonomia delle scelte della donna durante il parto.

In pratica il COME il parto viene condotto può essere dovuto su COSA si fa e su COSA si dice.

Cosa è cambiato negli anni?

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Prima di tutto è cambiato il modo di relazionarsi tra medico e gravide. Dovrebbero, si spera, essere lontani i tempi di quando la decisione medica, intesa come ‘paternalismo’ era sempre accolta e mai contestata.

Oggi sono maggiori le risorse alle quali le donne possono accedere e si aggiunge inoltre il fatto di essere più informate, di riconoscere il rispetto dei diritti umani nonchè di non «temere» più la posizione del medico.

L’importanza dell’autonomia della madre e delle buona comunicazione nell’ambito della maternità è stata riportata alla ribalta dal caso Montgomery in cui i ginecologi sono stati criticati per non aver comunicato adeguatamente i rischi del parto vaginale in una donna diabetica, piccola di statura, con macrosomia fetale.

Il giudizio sentenziò che il dovere del medico era di allertare la madre sui rischi del parto vaginale e discutere eventualmente un’altra opzione. La donna infatti se fosse stata informata correttamente sui rischi che correva (distocia di spalla e paralisi cerebrale del neonato, quello che poi accadde) avrebbe scelto l’esecuzione di un TC.

La Corte Suprema Inglese le ha dato quindi ragione.

E’ la donna a scegliere

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Il professionista è colui che guida e provvede all’assistenza e dove ci sono delle opzioni di scelta, in merito alle cure in gravidanza e al parto, deve essere la gravida a decidere.
I ginecologi e le ostetriche devono rispettare ogni scelta e supportarla, anche quando vi sono divergenze di opinione, concetto che si ripete sempre nelle Nice guidelines.

Ecco perchè l’uso di un linguaggio appropriato è la chiave per comunicare in maniera efficace le opzioni e le raccomandazioni accettando rispettosamente la decisione pienamente consapevole della donna.

Comunicazione positiva

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La comunicazione positiva migliora gli outcomes legati all’assistenza, condiziona in modo significativo l’esperienza della donna, che a sua volta  influenza la sua salute mentale/fisica e la sua relazione con il suo bambino dopo la nascita.

Nella maternità la prova di ciò è evidenziata da risultati nettamente migliorati semplicemente con la presenza di un compagno/a durante il travaglio: una revisione sistematica mostra che si riducono i tassi di parto cesareo, parti operativi, uso di analgesia e sentimenti negativi riguardo alla nascita.

E non parliamo di ‘interventi’ invasivi bensi semplicemente di supporto.

Purtroppo alcune donne potrebbero non essere consapevoli dei loro diritti umani durante il parto.

Quali sono?

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Il  rispetto per l’assistenza, per la privacy e la libertà di scelta riguardo alla nascita.

Pertanto è compito del professionista utilizzare un linguaggio che le ‘responsabilizzi’ in tal senso.

Il linguaggio segnala la natura della relazione tra donna e assistente (sia esso medico che ostetrica) e può negare o rispettare l’autonomia di una donna.

Ciò significa che coloro che si occupano di maternità dovranno rivedere il loro ‘modo di comunicare‘. Non solo per rispettare le opinioni delle donne e garantire che siano consapevoli nel prendere decisioni ma anche al fine di rispettare i loro diritti umani.

Cosa ci sta pertanto alla base di una buona comunicazione?

  • Riflessione sulla pratica di assistenza
  • Ascolto
  • Comunicazione appropriata
  • Rispetto nella guida assistenziale della maternità

Buona pratica della comunicazione durante il parto

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Riporto di seguito alcuni esempi, tratti dall’articolo, di come la lingua possa migliorare le esperienze delle donne, bambini e familiari durante il parto. Umanizzandolo.

Sono giunti a raccogliere (in un gruppo Facebook) e classificare le espressioni, in diverse categorie, sul linguaggio utilizzato durante l’assistenza grazie alla campagna inglese dall’hashtag #MatExp (Maternity Experience).

Espressioni linguistiche e atteggiamento appropriato. Ecco le varie categorie:

  • Evitare frasi che provocano ansia, troppo drammatici o violenti

Esempio: sostituire ‘distress fetale’ con ‘ci sono variazioni nella frequenza cardiaca fetale’ oppure invece di ‘rottura delle membrane’ riferire ‘rilascio delle membrane’

  • Rispettare le donne come adulte indipendenti e autonome

Invece di dire parlando della gravida, ‘la mia donna’ si può riferire ‘la donna che sto assistendo’; invece di ‘brava ragazza!’ usare l’espressione ‘stai andando molto bene’

  • Rispettare le donne come individui (e non come contenitori per produrre bambini)

Esempio: non dire ‘la primigravida è nella stanza 12’ o la ‘donna di 7 centimentri’ ma usare il nome per riferirsi a lei.

  • Rispettare l’autonomia della donna quando prende la sua decisione

Esempio: non rivolgersi dicendo ‘Tu devi/necessiti/richiedi un taglio cesareo’ ma dire ‘Vorrei raccomandare, suggerire, consigliare un TC (e riferire i benefici e rischi della scelta), inoltre invece di paziente ‘rifiuta’ sostiture la parola con ‘declina’

  • Sostituire un linguaggio fatto di codici o acronomi con parole che lei possa comprendere pienamente

Esempio: invece di VBAC, specificare il nome per intero Vaginal Birth after Cesarian Section (o in italiano, naturalmente)

  • Evitare un linguaggio sconfortante e insensibile

Esempio: evitare espressioni come’induzione fallita’ ma parlare di ‘insuccesso dell’induzione’. Stessa cosa quando si parla di progressione del travaglio: invece di fallito meglio lento. E a proposito delle ‘contrazioni dolorose’ meglio parlare di ‘forti contrazioni’ (come suggerito da Ina May Gaskin che nel suo libro parla di Onda).

In conclusione

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Siamo tutti daccordo sul fatto che una BUONA comunicazione durante il processo di nascita è fondamentale per una BUONA assistenza alla maternità.

L’uso di un linguaggio insensibile può essere indicativo di un malessere sottostante che rivela atteggiamenti e pregiudizi.

Scegliere le parole da non dire significa pure cultura di rispetto della donna, come essere pensante e capace di prendere decisioni consapevoli, e della nascita a sè.

Ma basterà cambiare radicalmente il tipo di terminologia senza modificare il pensiero che essa riflette? Beh,  è molto difficile così come sostengono anche gli autori dell’articolo. Inoltre, l’efficienza comunicativa non può nemmeno trascurare la gravità medica che può esserci dietro un evento.

Io credo che la chiave di tutto sta nella consapevolezza, di quello che si dice e di come si dice, ambo le direzioni.

I professionisti dovranno forse ‘sforzarsi’ di più a comunicare in maniera chiara e diretta e la gravida non deve temere di dubitare, chiedere, informarsi per optare una scelta ‘consapevole’.

E’ da qui che si stabilisce la FIDUCIA.

Da dove partire?

Dalla pratica senza dubbio ma anche dalla lettura, perchè no?

Parlo per esperienza, naturalmente.

Come ho già precedentemente accennato Ina May nel libro La Gioia del Parto sottolinea l’importanza comunicativa tra donna e ostetrica e sono tante le espressione e le parole alla quale lei fa appello per migliorare il ‘bonding’  ostetrica-donna. Basterebbe prenderne spunto, insomma. Un esempio? Apertura, onda, lentezza, rilascio…

 

 

Alla prossima Review,

Marie C.

Reference:

http://blogs.bmj.com/bmj/2018/02/08/humanising-birth-does-the-language-we-use-matter/utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork

http://www.bmj.com/content/357/bmj.j2224

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